Rione Monti T. n°2

Mi siedo in modo da tener d’occhio la bicicletta che ho parcheggiato, lì fuori, legandola ad un palo troppo molle. L’unico che ho trovato.
Sono arrivata in anticipo, non riesco mai a farmi desiderare. Nell’attesa mi prendo un cappuccino d’orzo al latte di soia che quasi mi vergogno a ordinare per quanto sembra complicato, e a volte mi guardano impietositi, come se fossi una disadattata dei tempi del salutismo alimentare.
La schiuma è talmente densa che lo zucchero di canna (finto, perché lo so che al bar ti danno lo zucchero bianco sporcato con la melassa) non affonda. C’è un gran via vai in questo bar dalla discreta musica lounge, come sia esattamente la musica lounge non lo so, mi sembra tuttavia il termine più appropriato per descrivere le note che stanno danzando nelle mie orecchie.

La signora dagli occhi rigonfi, seduta nell’angolo con il cane in braccio che le somiglia, mi guarda insistentemente. Ho forse i baffi di latte come quando ero piccolina? Hanno la stessa pettinatura loro due, peli fini e lisci che vanno davanti agli occhi e che entrambi scostano con rapidi e nervosi movimenti del capo. O forse mi guarda perché stasera mi sento bella. Indosso i miei vestiti più “radical chic” per essere in tono col quartiere. Pantaloni alla “zompafosso” come se mi si fosse allagata casa, si diceva quando eravamo piccoli, a vita alta ma non troppo, perché imprigionare le mie generose maniglie dell’amore sarebbe un sacrilegio, giubbetto di pelle ecologica, cioè di plastica che di ecologico ha ben poco ma che mi fa sentire una dura. Una tipa tosta che sta per incontrare un tipo si-spera-tosto.

Il locale è frequentato da turisti con i piedi stanchi e romani che vivono a Monti o ci bazzicano, sperando di potersi permettere di vivere qui un giorno non troppo lontano.
Lavoro in questa zona da una decina d’anni, non tutti i giorni però. Ricordo quando all’inizio mi perdevo con piacere per queste viuzze e inciampavo sui sanpietrini di via Urbana (cosa che succede tuttora). Non mi sembra che ci fossero già tanti hipster all’epoca e comunque se ne vedono sempre meno, che siano già passati di moda? Non mi dispiace questo stile quando non è troppo ostentato, la prima impressione è che questa gente si sia vestita prendendo a caso pantaloni troppo stretti e corti dall’armadio del fratello minore e che gli uomini si siano lasciati crescere la barba lunga per incuria. Invece si vestono di tutto punto facendo attenzione ai dettagli più importanti come un’elegante ma provocatoria catena che lega il portafogli all’asola dei jeans, il risvoltino dei pantaloni calcolato al millimetro, per non parlare poi di tutti quegli scarabocchi chiamati tatuaggi che hanno impressi sul corpo…

Per me qualsiasi look può andar bene, basta che questo mio secondo tinderino (T. n°2) non si presenti con dei jeans strappati che trovo di una volgarità quasi esasperante. Se da lontano vedessi anche solo un pezzetto di pelle del suo ginocchio attraverso i pantaloni, farei finta di non essere me, di non trovarmi qui con lo sguardo che mette a fuoco ora il cappuccino ora la bici legata al palo molle, di non star morendo dalla curiosità e dalla paura per questo nuovo incontro che, speriamo, tapperà il buco amaro lasciato da T. n°1.

Un ragazzo con casa di proprietà in questo quartiere sarebbe perfetto, mentalmente aperto e con buone possibilità economiche che non guastano mai. Qui un cappuccino al tavolo costa 2,5 euro, una centrifuga di frutta (anzi un estratto che è anche più salutare) 5/6 euro, una tisana almeno 4 euro e un cioccolatino crudo 2,5 euro.

Del rione Monti mi piacciono le stradine che mi danno un senso d’intimità, le luci soffuse la sera, le vetrine di negozi spesso incomprensibili, il piccolo cinema d’essai che sa di muffa, la salita che porta a Santa Maria Maggiore (non sono però sicura che faccia parte del quartiere), i sanpietrini, anche se prima o poi mi ci torcerò una caviglia, la mastodontica parrucchiera transessuale che sembrerebbe più adatta alla zona di piazza Vittorio e che è un po’ che non vedo in giro e che chissà che fine abbia fatto, il mercatino di via Balbo, anche se non ci ho mai comprato niente (a parte una serie di dieci mutandine di cotone tutte uguali, tutte nere), la pasticceria vegana crudista che io ho ribattezzato come “gioielleria”, perché un bicchierino di tiramisù (il più buono e raffinato mai assaggiato in oltre vent’anni di veganismo) costa ben 6 euro ma non è mai sufficiente e due sono troppi. Infine, c’è la pizza unta e salata, sempre e solo due gusti vegani disponibili: patate fantasticamente grattugiate e melanzane piccanti sempre fantasticamente di stagione.

Entra T. n°2 (che soprannominerò presto “lo sportivo”) col casco in mano e il giubbetto di pelle come speravo, niente strappi sui pantaloni. Alto, occhialuto, economista, patito delle lingue straniere e di Couch Surfing, quando scopro che è persino vegetariano faccio un piccolo salto di gioia senza farmi troppo notare. Mi vanto di parlare fluentemente lo spagnolo, l’inglese e il francese. Certo però proprio economista doveva essere questo qui? Ma che fanno poi in pratica gli economisti? Non sarebbe stato meglio un poeta, un filosofo, un antropologo, che so… un massaggiatore!?

Qualche giorno dopo ci incontriamo di nuovo (dall’aperitivo abbiamo fatto l’upgrade al pranzo, sinonimo d’interesse reciproco), in un bucolico ristorante bio del litorale romano, impiantato in un parco dove ho spesso passeggiato con amiche e figlie al seguito, avevamo l’idea di trascorrere assieme il pomeriggio con tanto di passeggiata al mare, cinema e poi chissà…
Dopo il deludente pranzo (di solito adoro questo ristorante, cosa sarà successo in cucina questa volta lo ignoro) ci trasferiamo nella sua Opel Agila bianca troppo piccola per le sue gambe lunghe, tanto che il sedile del guidatore è così indietreggiato da sembrare quello del passeggero posteriore. Lui si toglie gli spessi occhiali che nascondono due occhi retrocessi e impigriti a causa di questi fondi di bottiglia che porta sul naso, mi guarda senza girare troppo la testa e con una crepata voce baritonale domanda: “Ci baciamo adesso o dopo?”.

Sarei voluta scappare a gambe levate, avrei voluto correre fino al mare e gettarmici dentro con tutte le scarpe (gli unici tacchi che ho, che poi non sono neanche tacchi perché 3,5 cm non si possono definire tacchi) nonostante la temperatura da frigorifero e invece mi ritrovo con le labbra appiccicate alle sue. A lungo credo.

Niente, non sento niente, né la sfumatura di un brivido o un sentore di eccitazione, nessuna accelerazione del battito cardiaco, né un sussulto o un fremito. Niente. Un’ indifferenza esasperata, un’asettica ginnastica per mandibola e lingua. La lingua, l’ho studiato al corso di osteopatia, è un muscolo posturale molto importante che nasce dall’osso ioide ed è l’unico muscolo del corpo umano in grado di spingere (i muscoli tirano le ossa attraverso i tendini ma non spingono) per via della disposizione incrociata delle sue fibre. L’osso ioide fa su e giù quando deglutiamo ed è uno dei bilancieri del corpo assieme al coccige e a crista galli che si trova dove gli indiani posizionano il terzo occhio. Insomma, i movimenti rotatori che la lingua esegue durante la pomiciata contribuiscono in maniere decisiva a mantenere un adeguato equilibrio posturale, o almeno così mi è sembrato di capire durante una lezione di cranio-sacrale. Sarebbe stato un peccato perdere una tale occasione.

Propongo di spostarci verso il mare con la speranza che con il massaggio cardiaco del tramonto, e con la respirazione bocca a bocca allo iodio, il mio cuore impietrito potesse in qualche modo rianimarsi. No, non ho registrato nessuna reazione nonostante i suoi abbracci avviluppanti e suoi numerosi tentativi di prendermi la mano. E neanche il buio del cinema ha sortito nessuno degli agognati effetti. Mi riaccompagna a casa senza mostrare delusione e nonostante io scivoli via dal sedile sgattaiolando fuori da quella scatoletta di automobile in un nanosecondo, riesce a strapparmi un bacio a stampo, uno di quelli che si danno per cortesia e buona educazione.
Il giorno seguente mi affretto a scrivergli un messaggio: “Buongiorno, grazie per la giornata di ieri ma ho capito di non sentirmi attratta da de in quel senso, restiamo in contatto però (smile con l’occhiolino)!”. Risposta celere: “Ok, ti capisco, non ti preoccupare tanto io sono sportivo. Non mi offendo. A presto!”.

Termina qui la mia storia di non amore, né attrazione con T. n° 2 soprannominato “lo sportivo”.

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