Bruxelles, ma belle

Vedo uomini di tutte le età che, con mazzi di fiori in mano, solcano la piazza del Parvis de Saint Gilles, con una certa fretta. Mi piacerebbe essere un animaletto piccolo piccolo posato su uno di quei petali, che ormai non hanno nessun profumo e non credo ne abbiano mai avuto alcuno se non forse una grottesca fragranza artificiale, per potermi godere la scena della consegna.
Mi sono posata tante volte in questo “cafè brasserie” in un lontano passato, mai da sola, però. Bruxelles mi appare ora un po’ invecchiata e stanca, quasi trasandata in questo quartiere dove vivevo e studiavo nel mio secondo anno in Belgio. Di fronte al centro culturale “Jacques Franck”, dove mi sono esibita in vari spettacoli di circo-teatro, negli orari di chiusura, ora c’è la “casa” di un senzatetto, e ce ne sono vari sparpagliati per tutto il quartiere che si ricavano il proprio nido di fortuna fra una vetrina e l’altra di qualche negozio malandato.

Ecco che il mio sguardo viene catturato da una ragazza con una pimpante rosa in mano. L’avrà ricevuta o la donerà? Chissà perché si dà sempre per scontato che siano gli uomini a dover offrire fiori alle donne e non viceversa…
A quest’ora del pomeriggio, mentre sono intenta a sorseggiare una tisana alla citronella e semi di pompelmo accompagnata da un immancabile Spèculoos (sottile biscotto alla cannella, incredibilmente vegano, tipico del Belgio), circolano già svariati personaggi dalla faccia gonfia e rubizza a forza di alzare il gomito.
Nel suo essere grigia, Bruxelles, è rimasta la stessa. Grigia, a tratti misteriosa e sorprendente, questa città mi ha sempre accolto con rispetto e indifferenza, respingendomi anche un po’.

Tutta questa gente che va in giro in bicicletta c’era anche prima e non me sono mai accorta, o è un cambiamento degli ultimi anni? Però che gli automobilisti si fermino tutti e sempre, anche se non hai ancora messo piede sul passaggio zebrato (ma lo hai solo pensato), accade già da tempo, anzi sicuramente è sempre stato così, bisogna tuttavia prestare molta attenzione ad attraversare dove non ci sono le strisce a terra, qui a nord, si sa, le regole vanno rispettate da tutti anche dai pedoni. E se in bici passi col rosso, sono 300 euro di multa e non ci sono più gli omini che vengono a controllare se hai pagato il parcheggio della macchina, circolano invece, moderne automobili bianche con delle sorte di radar sul tetto, che inizialmente pensavo fosse un curioso doppio portapacchi, e invece no. Quegli aggeggi impietosi scannerizzano tutte le targhe per verificare se hai compiuto il tuo dovere, senza possibilità di contrattazione con gli omini, come succedeva una volta, se avevi la fortuna di coglierli sul fatto.

Il passante che i miei occhi ora seguono curiosi (mentre la testa rimane ferma), tiene in equilibrio su una mano, non una rosa, non un mazzo di fiori che avvizzisce tristemente dopo pochi giorni, questo tizio, tutto bardato per il freddo che non so neanche come faccia a vedere dove mette i piedi, tiene in mano un’elegante orchidea. Una pianta splendida e duratura per una relazione che lo sia altrettanto. Fortunata la destinataria! (o il destinatario!).

Qui a Bruxelles vivevo in Avenue Jean Volders, una via a pochi passi dal bar in cui mi trovo adesso. Chissà che fine ha fatto la proprietaria dell’appartamento con quei suoi quattro peli in testa tinti e cotonati? Mi ricordo che, una notte, assonnata da dietro la tenda della finestra del bagno, ho notato dei movimenti sospetti nel negozio davanti casa. Come nei film, mi sono strofinata gli occhi per vederci più chiaro, e… stavano decisamente scassinando la porta a vetri! Ero indecisa se chiamare o no la polizia. Sembra assurdo, lo so, ma, da un lato non volevo tradirli, pensavo fossero ragazzi stranieri in difficoltà e che avessero sicuramente validi motivi per rubare superalcolici e sigarette, e dall’altro lato mi veniva in mente la faccia afflitta del povero proprietario alla notizia del furto subito. Temevo, inoltre, di poter essere rintracciata e scoperta, non so come, da quei teppistelli, ma alla fine il mio senso di giustizia ha trionfato. Ho chiamato la polizia, ero turbata… non ricordo se abbiano fatto in tempo a coglierli in fragrante, forse sono tornata a dormire prima del loro intervento.

Oltre alle bici, circolano svariati monopattini elettrici che pistano in tutte le direzioni e poi vengono abbandonati in giro sui marciapiedi, in maniera tanto disordinata per cui i non vedenti hanno iniziato a lamentarsi. Nessuno indossa il casco, ci montano sopra anche in due, non sembrerebbe un comportamento belga, eppure mi trovo proprio qui.

Sembra che ci sia fermento in questo quartiere popolato da immigrati variegati e autoctoni fra il “radical chic” e l’artista sgangherato. Nel bar sono contornata da gente che lavora al computer, che prende appunti mentre parla col collega, che mostra foto per un progetto o che parla del suo prossimo viaggio come il tipo con le lentiggini accanto a me che si sente tutto eccitato perché volerà presto per il Canada. Le mie orecchie tardano un pochino ad abituarsi di nuovo a questa lingua trascinata e dalla erre moscia che sbuca fuori da bocche atteggiate a “culo di gallina” (meno di quelle dei francesi, devo dire). Bruxelles è bilingue, francese e fiammingo che poi sarebbe l’olandese a tutti gli effetti ma con qualche sfumatura. Qui tutti i fiamminghi parlano correntemente francese, pochi francofoni parlano fiammingo. Per dilettarmi in una generalizzazione terra terra, direi che i fiamminghi appartengono alla fascia medio alta, sono tendenzialmente di destra e sono sparpagliati nella capitale, ma vivono soprattutto nei suoi dintorni perché Bruxelles si trova nella regione fiamminga, la parte nord del Belgio.

Fiamminghi erano anche i miei capi di quando ero qui poiché, per pagarmi gli studi circensi, lavoravo part-time in diversi mercati. Ogni volta, come se fosse la prima volta, mi meravigliavo per la rapida metamorfosi dell’imponente camion grigio con la scritta colorata “De Saeger” sul fianco che, come un vero e proprio “Transformers” della serie TV anni ’80, con pochi abili movimenti, da tir sbocciava in un supersonico banco di frutta e verdura, un po’ locale e un po’ importata, in Belgio, purtroppo, non cresce un granché! Non potevo certo lavorare in una macelleria, io! Ero già vegana da un bel pezzo e non temevo né fatica, né freddo in compagnia delle mie cruditè. Il mercoledì pomeriggio a Place du Châtelain, nel quartiere fighetto di Ixelles, si vendevano tante “Pink Lady”, succulenti mele rosa come le gote di una principessa, meloni “francesini” che costavano un occhio della testa, “pois mange tout” che tradotto sarebbe piselli di cui si mangia tutto, anche il baccello (ma i piselli sono piccoli che nemmeno si notano) e tanta rucola per farci il pesto. Il sabato mattina, invece, il mercato era a Laeken, un quartiere periferico abitato principalmente da turchi e da antiquati brussellesi, o almeno così sembrava a me. Qui le patate andavano via a vagoni, insieme ai porri, al crescione (erbetta piccantina con cui si fa una zuppa che non ho mai avuto il piacere d’assaggiare) e “chicon” (indivia belga) d’acqua perché meno cari. Chicon di terra, meno amari e un pochino più pregiati erano richiesti principalmente a Ixelles. Nella stessa città, in base alla zona, spopolavano prodotti diversi, ho sempre trovato questa differenza straordinaria.

Dicono che nel nord stanno sempre più avanti, eppure, a Bruxelles e in tutto il Regno del Belgio (perché non ci dimentichiamo che questo è un regno con tanto di re e regina, quindi tanto avanti non possono stare!), si poteva liberamente fumare nei luoghi pubblici fino al 2011, mentre in Italia, al chiuso, già si respirava aria pura dal 2005 e non si tornava più a casa puzzolenti come posaceneri stracolmi dopo gli stravizi della festa.
Nel punto in cui sono seduta ora, nel periodo di transizione fra il fumo e il non fumo, passava un’inquietante linea gialla che, dal pavimento al soffitto passando per la parete, divideva virtualmente l’area fumatori da quella non fumatori ignara della puzza di sigaretta che non si accorgeva della sua presenza.

Certo che sono proprio strani questi belgi, non hanno il bidet, cioè non ce l’hanno più. Pare che fosse presente nella maggior parte dei bagni fino agli anni ’60 quando fu sostituito dalla carta igienica. Ma come si fa, dico io, a vivere senza questo insostituibile sanitario? Oltretutto il wc è spesso isolato dal resto del bagno per cui risulta piuttosto macchinoso sciacquettarsi lì sotto e poi per produrre la carta igienica si abbattono gli alberi, oltretutto! Io ho risolto con una bella bottiglia di plastica sempre pronta all’uso, ma molto meno elegante del bidet.

Oggi prendendo la metro per venire qui ho visto una signora bionda piccola piccola, una nana vera e propria direi, che spingeva un passeggino piccolo piccolo con un bimbo vero e proprio. La scena mi ha lasciata di stucco e ho provato forse pure un po’ d’invidia…
Nonostante la sua diversità e le sue difficoltà è riuscita veramente a crearsi una famiglia? E chissà se il bimbo ha la sua stessa sindrome, e il papà è un piccoletto anche lui?

Io mi sentivo a mio agio sulla metropolitana, ma, Natacha, l’amica che mi ospita in questi giorni, dice che, dopo gli attentati terroristici del marzo 2016, a volte, si sente in pericolo nella pancia di questo serpente sotterraneo e se nota qualche tipo un po’ troppo sospetto, esce in superficie e continua il percorso alla luce del sole… sole, si fa per dire, qui  è una rarità, e credo che sia necessario un gran senso dell’umorismo per sopravvivere a tanto grigiume e tanta pioggia, e secondo me i belgi ne sono ber forniti. O comunque generalmente non si prendono troppo sul serio come i francesi, e per questo a volte possono sembrare un pochino stupidotti.

Tornare a Bruxelles mi fa sempre tanto piacere, come mi fa piacere brindare con la zia di Natacha (che ormai si è accorciata e incurvata ma non ha mai smesso di bere) al grido di “Santé et merde aux emmerdeurs!” ossia “Cin cin e alla merda chi ci dà fastidio!”. Con l’alcol si risolve tutto, l’umorismo belga ruota molto intorno a questo tema. Non a caso la birra, grazie alla sua impareggiabile varietà di gusti, è entrata ufficialmente nel novero del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco un paio d’anni fa.
Beviamoci su!

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