Maty Amaya Nomad

Una domenica mattina appare sul mio smartphone una curiosa foto inviatami da mio fratello. Un soggetto non meglio identificato che, ad uno sguardo poco attento potrebbe far pensare ad una sorta di senzatetto che, invece di trasportare la sua casa su un carrello strabordante di roba, ha sistemato tutto su una bicicletta sovraccarica e variopinta, e che si aggira per Roma su due ruote, anzi tre, perché in coda c’è agganciato un carrellino. Oppure potrebbe ricordare un venditore ambulante di gelati, o perché no, l’arrotino, chissà se ha l’altoparlante con la musichetta di richiamo per gli eventuali agognati avventori?! “Donne è arrivato l’arrotino…”.
Il manubrio pieno di simpatici pupazzi spelacchiati, scoloriti e dall’aria vissuta, due vistosi cartelli, uno posteriore e uno laterale, ostentano i 91.000 km pedalati in 6 anni di viaggio e i 45 paesi visitati. Argentina, ecco da dove viene, e se si desidera erogare un supporto monetario c’è Paypal, e se si è curiosi di seguire le sue avventure ci sono tutti i suoi contatti sui social media.

La mia coinquilina vagheggia subito l’idea che costui possa essere l’uomo della mia vita, il fidanzato con cui fare il giro del mondo in bicicletta, il padre dei miei numerosi figli, il bastone della mia vecchiaia, chi più ne ha più ne metta… e  se ne convince quando nel suo libro legge che, osservando una coppia di vecchietti teneramente seduti su una panchina a godersi il tramonto, spera di poterlo fare anche lui, un giorno, con la sua compagna.

Ma io capisco subito e senza alcuna delusione che non è “quello giusto”! Un bel ragazzo, non c’è dubbio, ma non fa per me! Sincero e genuino anche se appena mi ha rivolto la parola mi è sembrato che avessi sbadatamente spinto il pulsante “play” di un mangianastri: “Pensavo di partire per quindici giorni e invece sono rimasto in giro per sei anni” dice in un italiano più che comprensibile. Più tardi scopro che, da grande, vorrebbe mettere su famiglia, non si vede come un nomade perpetuo e che nel 2022 ha intenzione arrivare nel Qatar come ultima tappa. Nel Qatar… che strana idea quella di avere come obiettivo questo sconosciuto paese arabo che devo cercare sulla mappa per collocarlo con esattezza.

Il sito ufficiale dell’ente del turismo (visitqatar) recita:

Una terra dove il viaggiatore non è mai uno straniero, ma un amico non ancora incontrato.
Perché alla fine ognuno di noi è in viaggio, alla ricerca di un abbraccio caloroso, di esperienze uniche e di nuove storie da condividere. Una terra dove un pasto non è tale se non è condiviso.
Una terra che ha le proprie radici in culture antiche, un’anima autentica, dove gli insegnamenti del passato alimentano la visione contemporanea.
Uno spirito progressista che accende un nuovo futuro.
Una terra che regala illuminazione, energia e ispirazione con il calore della sua anima e lo spirito della sua visione.

Cavolo, se è così ci vado anch’io, e non aspetto mica il 2022! Complimenti a chi ha redatto questa pagina web, chissà se Matìas lo hanno convinto loro… macché non è stata tanta poesia ad ispirarlo ma i grezzi mondiali di calcio che si terranno lì.

Emilio. Il buffo pupazzo rosa pallido (ricordo di un fucsia sgargiante), spettinato e allegro che cavalca il manubrio della bici si chiama Emilio, e la bicicletta Libertad, come si legge sul telaio di questa bici che Matìas ha appena pitturato di un blu intenso. “Il peluche apparteneva a Emilio, un bambino morto prematuramente in un incidente stradale”, mi si rizzano i peli delle braccia, comincio ad aver freddo e il cuore mi sobbalza un po’, “quando sono in difficoltà, per il troppo freddo ad esempio o per una salita molto impegnativa, parlo con lui e in lui trovo conforto; inoltre sapere che c’è tanta gente che mi segue sui social media mi aiuta ad andare avanti e penso che, se non lo faccio per me, lo faccio per loro.”
Alla famiglia di Emilio il bimbo, Matìas invia spesso le foto di Emilio il pelouche in viaggio per il mondo come a simboleggiare che la sua anima abbia continuato in qualche modo a viaggiare, penso io.

Dopo cinque anni di viaggio è tornato nella sua terra natale, San Juan, cittadina nordoccidentale dell’Argentina, aveva bisogno di rivedere la sua famiglia, dire dal vivo ai suoi genitori quanto amore prova per loro perché le cose vanno dette sul momento, non dopo la morte. Li vuole incitare a prendere in mano la loro vita e viverla a fondo, tanto che hanno iniziato a viaggiare anche loro, in furgone, però!
I suoi due nipotini, felicissimi di vederlo per la prima volta dal vivo (Matìas era partito quando loro non erano ancora nati o erano neonati), hanno creduto che fosse saltato fuori dal tablet e che quindi anche Peppa Pig potrebbe presentarsi in carne e ossa da un momento all’altro?

No, non è un barbone né un folle, chissà, forse un pochino folle lo è, ma nell’accezione positiva del temine. Sono convinta che un pizzico di consapevole follia ci aiuti a vivere con più gusto e spessore. Serve coraggio e leggerezza. Per incoraggiarci ad osare, su ogni ‘biglietto da visita’, impressa sulle foto dei suoi viaggi, appare il suo motto: “cuando se quiere se puede, lo imposibile solo cuesta un poco màs”. È un po’ come dire “volere è potere” e per raggiungere ciò che ci sembra impossibile basta solamente un piccolo sforzo in più! Come dargli torto…
Ha una mente acuta e lucida, ma è anche un po’ incosciente come quando ha cercato di entrare in Libia senza conoscere la situazione politica della nazione dove, ovviamente, non gli hanno dato il permesso d’entrare.

“Lotta per i tuoi sogni, o morirai di rimpianti.”
…è una minaccia?!

Il look della sua bici è accuratamente studiato, un po’ come quelle persone che sembrano vestirsi a casaccio scegliendo gli indumenti al buio e invece abbinano tutto, persino le mutande e il laccetto per i capelli, ma con una disinvoltura tale che non ce ne rendiamo conto. Lui e la sua “Libertad” desiderano visibilità per “business” e per essere d’ispirazione a tutti coloro che non hanno la forza di mettersi in gioco per i loro sogni. Per business credo intenda le donazioni che riceve, gli inviti per un pasto e per dormire.

Era vero, quindi, che avrebbe lavorato dalla mattina alla sera, per una settimana o forse due, raccontando la sua storia e barattando le sue foto e il suo libro con un’offerta in denaro, per arrotondare, mi ha spiegato. In realtà la sua maggiore fonte di reddito è quella proveniente dal lavoro stagionale di bracciante agricolo (per la vendemmia, la raccolta delle olive, ecc…).
Quel pomeriggio l’ho trovato, in bella mostra sulla strada che porta al Colosseo.

Sarei rimasta per ore a fissare quel suo velocipede agghindato con cura e dedizione in cui ogni orpello riveste un valore affettivo o funzionale, ad ascoltare le sue avventure nella foresta amazzonica in cui è stato corcato di botte dagli indigeni che poi gli hanno offerto la lancia di legno che hanno utilizzato per corcarlo e che lui ha trasformato in un bastone-cavalletto per la bici, sarei rimasta per ore imbambolata davanti al planisfero su cui sono tracciati questi sinuosi 91.000 km percorsi sulle ali della sua “Libertad”… ma, ahimè, siamo stati interrotti da un tizio in divisa che gli ha richiesto un volgare permesso di occupazione del suolo pubblico.

Ed eccoci in giro per gli uffici della polizia prima, e dell’ente della cultura poi, a richiedere questo benedetto certificato, lui con il suo cavallo alato da 130 chili, un unicorno direi, ed io con la mia poco baldanzosa “Cube Attention” scarna e anonima. Lui sotto i riflettori di tutti, io totalmente invisibile. Avrei potuto pedalare nuda e nessuno se ne sarebbe accorto, le automobili avrebbero continuato a rallentare per filmare solo lui, la gente per strada, sbigottita, avrebbe comunque fotografato solo lui. In seguito, mi ha confessato che questa sua vita da “star” un pochino la subisce e lo affatica… ma non più di tanto, io credo.

Nella sua vita precedente – è così che si riferisce al suo passato -, Matìas era completamente diverso. Egoista e morbosamente attaccato ai soldi, era a capo di un’azienda di rappresentanza di prodotti farmaceutici ed era riuscito ad accumulare una piccola fortuna, fino a quando il collasso delle banche in argentina gli ha portato via tutto, persino la sua donna.
Gli domando, allora, in cosa si senta uguale a prima e senza esitazione risponde “nei numeri, nel fiuto per gli affari”.

Giocando a fare la giornalista avevo preparato tutta una serie di domande per una pseudo-intervista-aperitivo, ma già al primo bicchiere di vino non avevo più voglia di tirare fuori gli appunti e mi sentivo un pochino a disagio sapendo che avrei utilizzato i dati della conversazione per scrivere un racconto su di lui, era una situazione nuova per me.
“Come si conciliano vita da nomade e relazioni amorose?”, la risposta a questa domanda avrebbe soddisfatto la mia più famelica curiosità sui gossip sentimentali e lunghi viaggi in bicicletta. Ho scoperto, con sorpresa, che non è un Casanova, che non ha una donna in ogni porto come mi ero immaginata, si definisce monogamo e in questi anni un amore lo ha incontrato. È stato bello finché è durato, doloroso quand’è finito… ed è quasi del tutto guarito.

Anche il mio tentativo di fotoreporter è stato un fallimento, non per colpa del vino, però. Mi sono presentata armata di macchina fotografica e action camera che ho, ahimé, accuratamente lasciato nello zaino, infatti le foto su questo racconto le ho prese dal profilo Facebook di Maty – con il suo consenso, ovviamente! -. Avevo grandi ambizioni che si sono ben presto sgretolate, per mancanza di tempo ma soprattutto per il mio imbarazzo. Pazienza! Morirò di rimpianti anche io come dice Maty sulla foto che appare un po’ più su?!

Dopo un anno con lo zaino in spalla nel suo continente, altri dodici mesi, o forse più, in giro per il Brasile con il kayak (partecipando a diverse competizioni con ottimi risultati e fratturandosi – poverino – naso, clavicola e costole) ha deciso di montare in sella all’unica bici che abbia mai posseduto per continuare ad esplorare il sud America arrivando in Messico dove la compagnia aerea Iberia gli ha offerto – non so perché –  un volo per la Spagna. A Madrid è iniziata la sua avventura europea che lo ha portato in Russia per i mondiali di calcio del 2018 dove è diventato, inaspettatamente, la mascotte della nazionale che, dopo il suo discorso motivazionale, ha sconfitto l’Arabia Saudita per 5 a 0! Come e perché Matìas sia arrivato a proferire un discorso motivazionale alla squadra di calcio della nazionale, lo ignoro.
Nel febbraio scorso è approdato a Roma e l’ha scampata bella fuggendo dall’Italia prima dell’avvento del famigerato coronavirus.

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