Francia n.3 :: La mia compagna di viaggio e il monte Ventoux

È con lei che avevo programmato di partire per l’Asia centrale, almeno per i primi due mesi di viaggio e con lei, alla fine, mi sono incontrata a Torino per andare in gita verso la Francia per quasi tre settimane, poi avrei proseguito da sola, a meno che non avessi trovato un fidanzato disposto ad accompagnarmi.

Natacha, qualche anno in più di me, belga francofona, bionda naturale, con un punto vita che è un terzo del mio, con i polpacci che hanno una circonferenza più grande delle cosce (non li ho misurati ma si vede ad occhio), con le spalle piegate in avanti come se si volessero toccare fra loro, seno abbondante ingabbiato in un reggipetto antishock (così è scritto sull’etichetta in bella vista).

Natacha, che appena terminata l’università è partita da Bruxelles con una macchina rossa assieme a una sua amica e ha raggiunto il Tibet; Natacha, che ha tentato di insegnarmi a fare body board nell’oceano Atlantico al largo de La Rochelle quasi vent’anni fa e ancora ne ricordo vivo il trauma e poi, ostinata, mi ha spinto a provare a fare surf in Indonesia con degli insegnanti locali, confermandomi definitivamente che gli sport acquatici non fanno per me.

Natacha, che usa quasi un rotolo di carta igienica al giorno (e non ho mai capito come faccia); Natacha, con cui ho fatto tante acrobazie e tanti spettacoli e, in uno di questi, per sbaglio, le ho tirato pure una sedia in fronte.

Occhi chiari cristallini, mento leggermente all’insù, naso leggermente all’ingiù. Per me Natacha è l’emblema dell’eleganza. Anche quando cerca di fare la primitiva, le sue origini di nobildonna russa vengono a galla rendola femminile e delicata, tanto che l’insegnante di clownerie (ci siamo conosciute una ventina di anni fa durante la formazione in arti circensi a Madrid) le assegnò il personaggio di star chic, mentre a me quello di una suora. Io, una suora! Neanche dopo tutti questi anni riesco a darmi pace. Naturalmente lei faceva ridere da morire nel suo raffinato vestito di pailletes a coda di sirena. Io, con il mio velo in testa e la croce che trascinavo a mo’ di cane al guinzaglio, no.

Nonostante la cena informale, consumata su tavolo e sedie rimediati in campeggio, ieri Natacha cercava invano di elargire pillole di ‘bon ton’ che, come recita il dizionario online della Treccani: “indica modi e comportamenti educati, eleganti; galateo, buone maniere, conformi a quelle condivise da determinati ambienti sociali”, dunque consone al campeggio. Insomma i gomiti non sul tavolo ma le mani si devono vedere entrambe, se le mani sono unte si utilizza l’apposito tovagliolo e non si strofinano fra di loro come se ci si stesse spalmando la crema, né si puliscono sui pantaloni, tanto più che lo stesso pantalone, portato tutti i giorni, chissà quando si potrà lavare. La forchetta poi si inpugna al contrario di come ho sempre fatto (e pensavo facessero tutti) e cioè con le punte all’ingiù, scomodissimo! Inoltre la bocca si apre giusto un po’, bocconi minuscoli che non si riesce neanche a sentirne il sapore; la scarpetta si può fare ma non con le dita né direttamente con la lingua e quindi senza pane ti arrangi!

Viene fuori che non sono portata per questa materia d’insegnamento nonostante la bravura e la competenza dell’insegnante, che rinuncia.

Non rinuncia però a convincermi ad affrontare in bicicletta, ma fortunatamente senza i 20 chili di bagagli, il monte che qui chiamano “le geant de la Provence”, il gigante della Provenza. Un massiccio montuoso la cui vetta completamente spoglia, raggiunge i 1.912 metri d’altitudine e che offre una lunga salita di 21,5 km con 1.558 metri di dislivello positivo. Il monte Ventoux, spesso celebre punto d’arrivo del Tour de France, temuto per il caldo asfissiante o per il maestrale freddo e violento, fa sognare ogni anno centinaia di ciclisti amatori e non, francesi e non (soprattutto olandesi, chissà come mai… forse perché la loro terra è tutta piatta). 

Abbiamo appreso che il record di velocità è stato sancito nel 2004 da un certo Iban Mayo con poco più di 55 minuti, pare che fosse in qualche modo dopato, ma nessuno è mai riuscito a smascherarlo. Il nostro vicino di tenda olandese ne è sicuro e comunque lui, ciclista navigato, la scorsa estate ha scalato la vetta con la sua bici ultraleggera (con ruote sottilissime che non so se riuscirei a starci in equilibrio), per ben sei volte in 24 ore. Un matto! La prima volta ha impiegato due ore e poi via via un pochino di più. Ce lo racconta con controllata fierezza, forse perché sa di essere lontano dal record di undici volte del ciclista di Bedoin – il paesino da cui parte la salita – (Jean-Pascal Roux, 52 anni),  e della ciclista donna belga (Betty Kals, 32 anni) che per otto volte di fila ha fatto su e giù per il monte.

Noi ci riteniamo orgogliose della nostra sola e unica ascencensione durata cinque ore tonde tonde! Siamo arrivate (quasi) fresche in vetta dove non ci aspettava il comitato d’accoglienza con fiori e champagne ma la fila per l’immancabile foto con il cartello del monte, ormai totalmente ricoperto da adesivi, e un’orda di ciclisti vestiti di tutto punto, di quelli che camminano come papere a causa delle scarpe strette con gli attacchi per i pedali che formano una specie di tacco a livello dell’avampiede. Quasi tutti uomini, quasi tutti depilati (almeno nelle zone visibili, il resto non lo so), quasi tutti con l’aria compiaciuta e finalmente rilassata.

In direzione d’arrivo non sono mancate scene degne della celeberrima coppa Cobram di Fantozzi, gente accasciata che utilizzava la bici a mo’ di deambulatore, chi mollava le due ruote e si sdraiava a terra cercando di massaggiarsi le cosce lisce, lingue felpate a gogò, esaltati di vario genere che si dopavano con gel isotonici che, talvolta (sbadatamente), venivano gettati sul bordo della strada, nonostante i numerosi cartelli indicanti la distanza a cui era collocata la “poubelle” (immondizia).

Pochissime donne ma belle e femminili, non di quelle tutte pelle e ossa che di solito si vedono in giro, e con dei completini così sgargianti e attraenti che mi è subito venuta voglia di procurarmene uno per essere come loro.

Non mancavano i “finti” ciclisti, quelli con la bici a pedalata assistita che non hanno versato nemmeno una goccia di sudore per conquistare il traguardo e che ti sorpassavano senza l’ombra di uno sforzo. Questi blasfemi motorizzati venivano guardati così di traverso dai ciclisti veri e sfiatati che io, per compassione e solidarietà, cercavo di salutarli con ostentato calore.

Ogni volta che arrivo in cima, dopo quella che per me è stata una grande sfida, mi commuovo sempre un po’. Un misto di soddisfazione orgasmica seguita da una punta di sconforto, completezza, unione col tutto e solitudine.

Se non fossi stata, praticamente, costretta dalla mia compagna d’avventure a compiere questa piccola grande impresa, sarei rimasta al campeggio in piscina a farmi seccare ulteriormente la pelle dal sole e dal cloro, insieme al mio nuovo amico scozzese che si faceva spalmare la crema solare dalla moglie come se fosse un bambino calvo troppo cresciuto…

Natacha mi stimola spesso a spingermi un po’ più in là e a testare nuovi limiti. Ma a suo modo si dimostra anche molto protettiva: quando mi esorta a prestare molta attenzione, ad esempio, a eventuali cinghiali che potrebbero attraversare la strada nelle discese a tutta birra, mentre lei ha letteralmente consumato i freni per scendere con prudenza; quando mi diagnostica una possibile (anzi sicura) allergia alle api, che mi hanno punto su entrambi i polsi, causandomi per giorni mani e avambracci gonfi come pagnottelle, che sarebbero potuti esplodere da un momento all’altro e se le api mi avessero punto di nuovo avrei rischiato di morire per shock anafilattico; quando mi invita a portare con me tutti i miei possedimenti di valore, sempre, anche nella doccia del campeggio.

Con lei ho imparato che, per celebrare la giornata trascorsa, birra e patatine sono assolutamente necessarie quotidianamente!

Natacha, nota “râleuse” (brontolona) di Bruxelles che a volte sembra una bambina viziata, è una costante fonte d’ispirazione (anche al contrario), m’insegna ad accettare quello che c’è… pur di non lamentarmi come fa lei!

Durante questo viaggio – anche se a volte l’avrei voluta strozzare e viceversa (ne sono sicura) – ho avuto la prova che formiamo una coppia ben assortita e che siamo pronte per nuove eccitanti avventure!

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