Verso Est In Bici n.2 :: Viaggiare è una favola?

Nella favola di Cenerentola i topolini, graziosi e allegri, aiutavano la s-fortunata a cucirsi l’abito per il grande ballo dove, oltretutto, avrebbe incontrato il suo principe azzurro.

Nella vita di una cicloviaggiatrice i topolini, invece, si arrampicano sulla bici per addentare le pesche appese al manubrio e non si accontentano di mangiarne una fino all’osso, no, le intaccano tutte lasciando così la cicloviaggiatrice senza colazione. Tali topolini, oltretutto, smangiucchiano la zanzariera della tenda per accedere alla riserva di viveri nascosti meticolosamente nella sua dimora ambulante e di notte fanno talmente tanta baldoria che disturbano il sonno profondo della s-fortunata cicloviaggiatrice.

E il principe azzurro? Non è intervenuto per difendere la bella cicloviaggiatrice dalla minaccia di queste sgarbate bestiole?
No! Del principe neanche l’ombra. La cicloviaggiatrice è una donna emancipata e coraggiosa che non ha bisogno di essere salvata da un uomo a cavallo – semmai in bicicletta – e in ogni caso basta mettere un po’ di scotch sulla tenda, nascondere il cibo nelle borse da bici ermetiche e il gioco è fatto…inoltre le è giunta da poco la triste notizia che il suo aspirante “principe”, un esploratore francese, sale e pepe come piace a lei, che non ha mai visto di persona ma ha seguito i racconti delle sue avventure estreme prima sui libri poi spiandolo sui social, ha una compagna, esploratrice anche lei.

Ecco, per farvi capire quanto la vita reale sia dura, soprattutto quella della cicloviaggiatrice – che può portare con sé solo pochi oggetti di comfort -, pensate a quella volta che, giunta al mare, è stata costretta a camminare sugli scogli con le infradito bagnate che sguisciavano in tutte le direzioni, ebbene se ci fosse stato il principe lì con lei probabilmente avrebbe trasportato per mari e per monti le sue scarpette da scoglio…e dite che bisogna credere alle favole? Mmm, forse.

Campeggio per campeggiatori e viaggiatrici, topolini e topoline presso il lago di Bohinj – Slovenia

Ogni volta che torno da un viaggio mi sembra di non essere mai partita, come se il tempo fosse rimasto immobile in uno spazio galleggiante. Dov’è andata a finire la cicloviaggiatrice?

Per entrare in contatto con lei e le sue avventure fresche di viaggio devo guardare e accarezzare la bici, che con le sue nuove “corna” sul manubrio  – che rendono la guida più confortevole –  sembra più spavalda di prima. Sì, lo so, è un’azione molto stupida, però la faccio solo se nessuno mi sta guardando! Cos’altro m’invento per riportare alla mente che sono stata quasi due mesi fuori casa? Sfoglio le foto, lascio i bagagli in giro per un po’, altrimenti mi sembra che sia già tutto finito. Sì, lo so che è tutto finito in questa realtà palpabile, ma voglio tenere vive le sensazioni per non gettarmi subito in questo nuovo momento dimenticando le esperienze del viaggio. 

Forse sto troppo nel presente, forse la Mindfulness mi fa male e illanguidisce i ricordi dentro i quali amo sguazzare, è per questo quindi che oggi mi sono seduta davanti al PC a scrivere, è per questo che durante il viaggio ho preso l’abitudine di dettare al mio cellulare aneddoti o spunti di riflessione che puntualmente lui riporta in modo quasi incomprensibile e che cercherò di interpretare per voi.

Prima di parlare dell’ultimo viaggio in bici voglio fare il punto della situazione dell’ultimo anno della mia vita, così, per mettere un po’ di ordine e tirare le somme, magari scopriamo che forse possiamo credere alle favole. Chissà.

Dunque, dopo aver attraversato la Francia in bici ed essere giunta in Svizzera sono tornata a Fiumicino per qualche settimana (settembre 2020). In realtà avevo un biglietto per l’Asia centrale ma con il Covid, io e Natacha – la mia fida compagna di viaggio – ci siamo dovute accontentare di questo paese i cui abitanti atteggiano la bocca a culo di gallina mettendo l’accento alla fine di ogni parola con un’aria di superiorità. Forse abbiamo fatto bene ad optare proprio per la Francia perché ora che è in vigore il Green Pass – che ha molto poco di green e sa molto di controllo dittatoriale –, noi che ne siamo sprovviste per scelta, avremmo più difficoltà nel viaggiare in questo paese. 

Pausa di riflessione lungo la pista ciclabile delle Dolomiti

Anzi, facendo un piccolo passo indietro, prima del viaggio estivo del 2020 ho fatto un grande salto nel vuoto. No, non voglio raccontare di quando volando col parapendio, appesa ad un’imbracatura con i piedi nel nulla, ho avuto il mal di mare per tutto il giorno anche quando i miei piedi hanno toccato terra. Sì, era sempre in Francia, ma non c’entra niente. Il grande salto nel vuoto a cui mi riferisco – ed effettivamente ora mi sto visualizzando come se stessi volando e gettando in aria alcune cose che non voglio più – l’ho fatto lasciando andare il mio lavoro, il mio appartamento in affitto a Roma, gli uomini con cui non è andata bene, il traffico della città, ecc, insomma, cose importanti della mia vita ma che non erano più funzionali al mio benessere e alla mia evoluzione. 

All’inizio di ottobre 2020 sono partita per Bruxelles con l’intenzione di rimanere al massimo due mesi, che poi sono diventati sei e ora, dopo quasi un anno, mi ritrovo di nuovo qui in pieno agosto a morire di freddo sotto questo cielo quasi costantemente grigio ma dove, con un po’ di buona volontà, si scovano numerose sfumature. Rimarrò al massimo due mesi, questa volta sarà così, non mi iscriverò neanche a Tinder per essere sicura di non incontrare qualche esemplare umano di sesso maschile che mi tratterrà qui.

Prima di partire per il Belgio ero agitata e confusa e, come sempre accade in queste occasioni, ho iniziato a girare per casa senza una meta precisa, percorrendo piccoli tratti avanti e indietro in maniera disordinata, compiendo numerosi e repentini cambiamenti di direzione che hanno generato dei vortici all’interno della mia testa rendendomi ancora più agitata e confusa, un po’ come un cane che si morde la coda. L’unica soluzione che ho trovato per arrestare questo meccanismo auto aberrante è stata quella di sdraiarmi sul letto a fissare le pale del ventilatore. La tentazione di ricominciare questo turbinio di movimenti era grande ma mi sono forzata a restare giù fino a quando la mia mente e il mio corpo si sono calmati, ho respirato e mi sono tranquillizzata. Chissà quali strategie è solita mettere in atto Cenerentola nei momenti di stress?!

Questo accade anche quando ho tante idee che devono trovare una loro collocazione – d’altronde l’ha detto anche il biscottino della fortuna del ristorante cinese “siete un vulcano d’idee” – e questa mattina, spossata dalle mie stesse idee e da questo incessante andirivieni, dopo aver trascorso parecchio tempo spalmata sul divano, ho acceso il computer per fare ordine scrivendo e per riprendere in mano i miei ricordi che altrimenti sarebbero svaniti. 

Ero rimasta al Belgio, con i vari lockdown che si sono susseguiti sono tornata in Italia in primavera inoltrata per realizzare il mio grande sogno degli ultimi anni. Un semplice viaggio in bici, non in solitaria, non con un’amica ma con un uomo. Il primo viaggio in bicicletta della mia vita con un fidanzato. Se ci lasciamo andare all’armonia universale e non resistiamo al potere dell’amore possiamo vivere in una favola. Poi però ci sembra così strano vivere in una favola che quando finisce tiriamo quasi un sospiro di sollievo e possiamo finalmente ricominciare a prendercela con gli altri, o con noi stessi. 

Posa plastica da signorina per bene non adeguata ai ruderi di Montevago Vecchio – provincia di Agrigento – colpito dal terremoto nel ’68

Il mio viaggio attraverso la dorsale Sicula è iniziato con un principe su due ruote che l’universo – nelle vesti di Tinder – mi ha mandato per farmi credere alle favole ed è terminato in solitaria per ricordarmi che non sono né Cenerentola né Biancaneve. Certo, questo lo so e ne sono felice, ma alle favole bisogna credere o no?

Forse non c’entra un granché, ma mi è venuta in mente la mia prima sera a Dugi Otok, l’ultima bellissima isola croata che ho visitato il mese scorso. Tutti gli alloggi della zona erano completi o eccessivamente costosi, non funzionava neanche chiedere in giro ai vecchietti se avessero una stanza libera o se si potesse mettere la tenda nel loro giardino. Niente.
Mi sentivo un po’ disperata e un po’ incuriosita. Chissà dove avrei trascorso la notte, io che ho paura di fare campeggio libero da sola? Questo è uno dei pochi tasti dolenti del viaggiare in bici in solitaria, ho intenzione di vincere questa paura perché altrimenti non potrò vagabondare così liberamente come vorrei.
Quasi come un miraggio è apparsa un’altra cicloviaggiatrice solitaria, una giovane alla quale mi sono aggrappata – nella maniera più discreta possibile – e ci siamo date un vago appuntamento in una spiaggia poco distante dal paesino in cui eravamo.

Come al solito ho sbagliato strada e mi sono ritrovata in mezzo ai rovi, poi ne ho imboccata un’altra che però non sembrava portare alla spiaggia, ho continuato a lungo su quella strada sterrata che saliva e scendeva senza darsi pace. Mi sentivo, tuttavia, fiduciosa, il paesaggio era straordinario e aver incontrato quella ragazza giovane che sembrava così a suo agio all’idea di dormire sola nella natura, mi aveva dato coraggio. Certo però la spiaggia non riuscivo a trovarla, non sono molto abile con le cartine – né quelle digitali, né quelle cartacee – non ci posso fare niente! Finalmente sono apparsi due esseri umani che sembravano conoscere la zona. Erano appena sbucati fuori dall’auto scassata parcheggiata accanto alla mia bici. Una strana coppia di mezza età, anzi forse un po’ oltre la cinquantina, dall’aria simpatica ma sfatta. Mi hanno spiegato che per andare sulla spiaggia, che spiaggia non era ma un moletto, dovevo lasciare la bici lì in alto, l’altra opzione, e cioè dormire fra gli ulivi, non mi conveniva perché i croati della zona sono molto gelosi dei loro alberi e alquanto ostili con gli sconosciuti. Meglio piantare la tenda nel loro giardino, mi hanno detto, anzi no, c’era posto anche in casa, continuavano a spiegare a mano a mano che la conversazione si protraeva e che ci facevamo allegramente il bagno insieme. Mi sono fidata subito di loro anche se sembravano usciti da un film, lei somigliava alla “madre mafiosa” de I Goonies e lui a un senzatetto qualsiasi che si può incontrare a Roma. Si trattava di una coppia molto dolce, simpatica e accudente. Hanno lasciato tutto otto anni fa per trasferirsi su quest’isola, la vita in Germania non faceva più per loro. Coraggiosi!

Moletto segreto nei pressi di Žman sull’isola di Dugi Otok – Croazia

Si può credere alle favole? Forse un pochino sì. È vero anche che, se invece di una coppia strampalata, avessi incontrato un bell’uomo single che stava aspettando proprio me, allora mi sarei sentita in un cartone animato di Walt Disney e non mi sarei fidata!

Avevo intenzione di mettere ordine alle idee e di rivivere i ricordi estivi, di raccontare il viaggio a voi ferventi lettori e lettrici e invece sono più confusa di prima. 

Ricomincio da capo, e cioè da quando, a metà giugno 2021, dopo aver trascorso la notte sul pullman che da Roma mi ha condotto a Milano, ho incontrato Natacha arrivata fresca fresca in aereo da Bruxelles con la sua bici ancora impacchettata in un cartone gigante. È importante sapere che io e Nat ci conosciamo da oltre vent’anni, ne abbiamo passate tante insieme, e come due brave sorelle che si vogliono bene battibecchiamo spesso e sempre per le stesse ragioni, tuttavia, non arriviamo mai a tirarci i capelli – come faceva mio fratello con me.

Abbiamo impieghiato due lunghe ore per montare la sua bici, io fiduciosa e serafica, lei spazientita e rabbiosa con gli addetti al trasporto bagagli della compagnia aerea, le avevano sicuramente scassato il suo nuovo biciclo perché la ruota anteriore, al rimontarla, sfregava contro la borraccia e il portapacchi non era orizzontale, e poi i fili del cambio e dei freni non si riuscivano a districare e il cavalletto non funzionava bene. La bici era nuova di zecca, tanto che lei non l’aveva mai smontata e rimontata prima d’ora e non aveva neanche mai provato a cambiare una camera d’aria. Infatti qualche giorno più tardi abbiamo scoperto che aveva addirittura messo in valigia le camere d’aria della taglia sbagliata e che non sapeva da dove cominciare per rimediare ad una foratura, che poi diventeranno quattro nella prima settimana.

In queste due ore, da fiduciosa e serafica che ero, sentivo che, lentamente ma inesorabilmente, mi stavo trasformando in un serpente che, pur mantenendo vivo il senso dell’umorismo, sputa veleno a profusione anche e soprattutto verso chi mi sta accanto. Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, questo nostro viaggio insieme non prometteva proprio bene!

È così facile accusare gli altri per le proprie incompetenze… noi, ad esempio, tentavamo di montare la ruota anteriore con la forcella al contrario, l’avevamo girata così tante volte che avevamo fatto un pasticcio con i cavi, e continuavamo a coprire di ingiurie – soprattutto Nat, ovviamente – i poveri addetti ai bagagli speciali che erano senza dubbio dei barbari. 

Dopo un breve passaggio al negozio di bici per far sistemare il cambio, siamo riuscite a far ripartire il nuovo velocipede proveniente dal Belgio. 

Lago di Landro – Comune di Dobbiaco – Dolomiti

Serviranno ancora un paio di visite al biciclettaio – non per la mia bici che era in forma smagliante come sempre – prima di dedicarci alla prima pedalata del viaggio. Niente di grave, solo il freno posteriore che improvvisamente non rispondeva più ai comandi, zero, completamente fuori uso. Mi sento in dovere di riportare questa nota tecnica per i ciclolettori e le ciclolettrici che potrebbero dover affrontare questo stesso problema: il cavalletto montato troppo a ridosso del meccanismo del freno inibiva quest’ultimo completamente.

Le bici erano finalmente pronte all’una in punto e, sul lago di Como, si percepiva un caldo afoso. Alla prima salita Natacha quasi quasi ci è rimasta secca. Colpo di calore. Lei è belga e in Belgio, si sa, le condizioni atmosferiche sono diverse da quelle del mediterraneo.
Avevo già assistito al manifestarsi dell’ipertermia in un altro belga, il mio fidanzato temporaneo, quello del viaggio in Sicilia di maggio scorso, che dopo essersi ustionato ben bene con il sole, ha cominciato quasi a delirare, aveva lo sguardo vuoto e non rispondeva alle mie domande.L’ipertermia si può manifestare nelle seguenti condizioni climatiche: temperatura elevata, tasso di umidità elevato, scarsa ventilazione. Sia in Sicilia che fra i rami del lago di Como questi elementi erano tutti presenti. Natacha quel pomeriggio, appena raggiunto il picco della salita, ha iniziato a tremare dal freddo, aveva il volto paonazzo, era spossata e aveva la testa in fiamme. La mia compagna si era ben informata e, in questi casi, è opportuno togliere il casco, far sdraiare l’infortunato – meglio se non sull’asfalto bollente – con le gambe sollevate e cercare di rinfrescarlo magari con pezzette imbevute in acqua fresca – impossibile che l’acqua della borraccia sia a meno di 30° d’estate in bici –, è importante agire tempestivamente per evitare eventuali danni a polmoni, reni, cuore e cervello. Ci è voluto un po’ ma fortunatamente è sopravvissuta!

Ad animare ulteriormente la nostra prima tappa è stata la superstrada che collega Lecco ad Abbadia Lariana. Ad un certo punto è finita quella sorta di ciclabile del lungolago che stavamo percorrendo ed è apparsa lei, una specie di autostrada vietata alle biciclette con automobili e camion che sfrecciavano ben oltre i 100 km orari. Impaurite abbiamo fatto dietro front quando un ciclista, come se niente fosse, ha imboccato la superstrada dicendo che lo faceva tutte le settimane e che era l’unica possibilità per proseguire sul lago. L’abbiamo seguito a tutta birra come se in qualche modo la sua vicinanza ci potesse proteggere, ma con la sua bici da corsa superleggera lo abbiamo perso subito di vista. Concentratissime correvamo il più velocemente possibile, Nat gridava, piangeva, sbraitava, io chiedevo protezione all’universo. Non so se qualcuno – o qualcosa – mi abbia ascoltato, però siamo arrivate sane e salve a destinazione!

Se questa non è una favola, cos’è?

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